Riflessione - Teza
14/09/2009Teza
La resistenza non viene prima ma dopo la catastrofe: questo potrebbe essere l’emblema di Teza (2008) di Haile Gerima, e dell’epopea del suo protagonista Anberber. Un personaggio sconfitto dalle proprie scelte di una vita che ritorna, zoppo e vecchio, nel villaggio rurale della sua infanzia ormai dilaniato dalla guerra e dal terrore del regime di Mengistu.
Tezanon è un film sulla disillusione rivoluzionaria; sul potere ingannevole e letale delle utopie e dei sogni. Non un è film “real-politik” che vorrebbe spiegarci come dopo l’arroganza dell’utopia che vuole cambiare il mondo non possa che esserci la presa di coscienza della propria limitatezza e della propria fallibilità. Gerima ci mostra semmai come vi possa essere una felicità anche dopo la disperazione. Una speranza che rinasca sulle ceneri della disillusione. Una gioia che spezzi il cono d’ombra del cinismo. Come, anzi, il proprio desiderio più autentico non possa che nascere dopo che si è stati capaci di guardare in faccia i propri fallimenti, dopo aver attraversato i propri incubi, dopo aver accettato le proprie sconfitte. Quando si è arrivati al colmo della disperazione, vi è ancora qualcosa per la quale valga la pena vivere e lottare. È una mossa anti-postmoderna, anti-pensiero debole quella di Gerima, che non si unisce al coro della buona coscienza (neo)liberale che vorrebbe il racconto delle esperienze rivoluzionarie come un momento di idealizzazione da anima bella destinato a rovesciarsi nel saggio e cinico realismo individuale. Ovvero, il rovesciamento del “troppo di politica e troppo poco di individuo” che tuttavia non cambia i termini della relazione.
La temporalità di Teza è dunque striata, accartocciata su se stessa, piena di buchi, di caselle vuote, di elementi che non tornano. È qui che possiamo rilevare la cifra politica dell’opera di Gerima. Se ci soffermiamo a guardare la piatta omogeneità della contemporaneità, con il suo arrogante ripetersi di un eterno presente dove tutto è intercambiabile perché indifferente, non possiamo non stupirci per questo tempo emozionale, pieno di allucinazioni, incubi, sogni, desideri, dove ogni evento del reale è già sempre figura dell’implicazione soggettiva nella realtà. Non è un tema nuovo a dir la verità, ce l’ha insegnato Bergson ancor prima di Deleuze: siamo abituati ad un tempo rappresentato a misura di spazio, dove ogni punto succede ad un precedente, e precede un successivo. Teza ci rimanda invece (con sugardo davvero rivoluzionario, perché è rivolto a noi e all’oggi) una temporalità più vicina all’inconscio dove Amberber (mondi in-compossibili li avrebbe chiamati Deleuze) è nello stesso tempo bambino e adulto, oltre la propria morte (il film inizia con Amberer in ospedale e in fin di vita, quasi come se di un’altra vita si trattasse) ed ancora in vita. Appunto, in due luoghi, ma nello stesso tempo. Esattamente come il tempo della colonia che insiste ancora nel presente oltre alla sua conclusione, nei monumenti e nell’inconscio dei colonizzati. Ma come anche il tempo dell’immaginazione e della possibilità, dell’inconscio e della virtualità, che come i “figli del drago” rimane nascosto e sotto traccia, anche quando il presente si offre con il volto “omogeneo e vuoto” dell’eterno presente.
Pietro Bianchi
















































